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La copertina
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Marco Gheno
CAMMINO SULL'ACQUA
[racconti]
(TITOLO ESAURITO)
Quarta di copertina
“... dobbiamo dare un nome per chiamarle e possederle, le cose. Dare un nome alle cose che amiamo per paura di perderle. Dar loro un nome per paura di non ricordarle per intero. Dar loro un nome per paura di confonderle con altre. Per paura e basta.”
Decifrare le situazioni. Pianificare il futuro. Costruirci delle aspettative. Questo siamo abituati a fare. Perché la vita lasciata a briglia sciolta ci spiazza. Ma qualche volta può valere la pena di abbandonarsi al suo corso e assaporarne l’imprevedibilità. Viverla e basta, insomma. O magari leggerla.
Nota biografica
MARCO GHENO, nato a Mestre (VE) il 26 Febbraio 1974, è laureato in Lettere Moderne e Contemporanee ed ha lavorato come web editor e commesso di libreria. Dopo aver girato il mondo, attualmente si dedica alle ripetizioni di materie letterarie. Alla sua prima pubblicazione dopo la partecipazione a vari concorsi, sta scrivendo nuovi racconti brevi e un romanzo.
Nota dell'autore
LA RACCOLTA
La raccolta, nella prima stesura, si doveva intitolare Persone Improbabili, perché l'idea di base era quella di raccontare storie verosimili - nel senso che potevano accadere, ma avevano anche un pizzico di stranezza - che nella conclusione ribaltavano completamente il ruolo del personaggio, facendolo apparire per quello che era in realtà, una sorta di velo posto davanti agli occhi del lettore che piano piano cadeva e rovesciava le convinzioni acquisite fino a quel punto. Come cornice strutturale che tenesse insieme i racconti avevo pensato a due testi molto brevi posti alle due estremità della raccolta, un Inizio ed una Fine, che avevano il compito di presentare un personaggio che aspettava una telefonata e nell'aspettarla leggeva i racconti, una sorta di realtà sovrastante e parallela che si inseriva nel tempo ipotetico della lettura. Questo personaggio nella conclusione avrebbe scritto egli stesso la sua storia diventando così, suo malgrado, parte integrante di quelle che aveva appena finito di leggere: un libro in un libro, per così dire. Per una serie di motivi poi - a questo serve un gruppo di persone che discute e legge i testi - alcuni racconti "improbabili" sono stati accantonati, mentre altri sono saliti alla ribalta. La naturale evoluzione presa dalla raccolta quindi ha reso scarsamente necessaria la cornice a cui avevo pensato, mettendo in luce anche che il "titolo totale" - bella allitterazione - più azzeccato era quello del racconto più lungo, che ora conclude la raccolta, e che proprio a motivo della sua lunghezza è sempre risultato in qualche modo più evidente degli altri. I racconti quindi si possono leggere anche separatamente, senza connessioni, ora; oppure, volendo scavare più a fondo, essi rivelano una duplice natura e funzione. Alcuni sono ancora quelli di "persone improbabili" con le loro verità celate e un colpo di scena finale che ribalta le ipotesi e le convinzioni fatte da chi legge; mentre altri dovrebbero narrare - legandosi uno all'altro, ma è d'obbligo il condizionale - le storie d'amore di un personaggio unico, nel loro nascere e finire fino ad una conclusione definitiva, nella quale la donna ideale che si crede ormai perduta viene invece ritrovata. Non è che un'ipotesi, non così vincolante, una chiave di lettura, se può servire: rintracciare queste tipologie intrecciate sarebbe dunque uno dei tanti compiti affidati al lettore che avesse voglia di indagare. Un'indagine che lo porterebbe a capire che quando e se si cerca l'anima gemella, accadono sempre e comunque altre cose completamente diverse e inaspettate che da noi non dipendono, altre persone e avvenimenti si intersecano con il nostro percorso e ci distraggono, nel senso etimologico del termine, ci portano via, lontano. Seguendo le tracce intrecciate, il messaggio che dovrebbe emergere è questo. Ma si può parlare di emersione, in un cammino sull'acqua? Avrebbe un senso solo dopo essere affondati. Forse allora è anche di questo che parla la raccolta, dell'onnipresente pericolo di affondare, del perenne rimanere in bilico fra fiducia e speranza, con la propria immagine riflessa dall'acqua, ai propri piedi, che mai scompare.
IL MARATONETA
Il maratoneta è un personaggio che si svela nella sua reale identità solo alla fine: all'inizio del racconto appare con un'altra connotazione visiva, come un corridore appunto (anche se alcuni nonostante il titolo ci vedono un ciclista); ma alcuni indizi rivelatori che si accumulano nella parole e nella scrittura dovrebbero far crollare questa immagine al lettore, e portarlo - magari prima della fine, un poco prima - alla verità del racconto. L'immagine che avevo in testa e che ho voluto deformare è quella del pazzo che corre e scappa con la camicia di forza addosso lungo un vialetto alberato che porta verso un'uscita - la libertà - : non so se esistano ancora "manicomi" in Italia, ma in fondo il racconto potrebbe essere ambientato in qualsiasi parte del mondo, potrebbe essere addirittura altamente metaforico. Un racconto "sulla condizione dell'uomo che fugge sia dalle regole dettate da una società che lo rincorre per distruggerlo sia dai legami che gli impongono un'identità falsa ed estranea, in cui la pazzia è la sola via di fuga di fronte all'essenza umana ridotta ad un numero": senz'altro ai critici letterari dirò questo, la metafora d'altronde piace sempre, ai letterati. Comunque il racconto è nato dalla sovrapposizione di alcune idee. Il soprannome Turbo era quello di un ragazzo che quand'ero più giovane giocava a calcio contro di me ed i miei amici - sapete quelle partite nei campi che in realtà servono per la pallacanestro, dove si trovano sempre altre persone da sfidare con un pallone - ma che con lui non c'entrava per niente, anzi era l'opposto (una sorta di antitesi cioè Turbo stava per Lento come Fox stava per Stupido); l'idea del tipo di personaggio dal film Il Maratoneta con Dustin Hoffmann che ho visto solo a stralci e spezzoni ma mi ha sempre dato l'impressione di uno che vuole solo correre che invece viene scambiato per qualcos'altro e con la corsa si salva la vita; l'atmosfera della maratona in generale anche da quella che si svolge a Venezia (allora sarebbe un "correre sull'acqua"). E questo è tutto quello che ho da dire su questa faccenda, come direbbe Forrest Gump.
CHIAMAMI - IL BATTESIMO
Un tema che mi ha sempre affascinato è quello del nome, del nominare le cose, dell'identità. Riconosciamo le cose e diamo loro un contesto solo nominandole: quello che non possiamo nominare (dall'Innominato a Voldemort) o di cui non abbiamo ancora imparato il nome di solito ci spaventa. I due racconti giocano su questo, portandolo all'estremo: non è detto che i nomi aderiscano perfettamente alle cose, per sempre, ma forse sono più il risultato di una successione e di un accumulo di avvenimenti che accadono nel tempo (nomina sunt consequentia rerum, con il significato di seguito, successione già previsto nella parola latina consequentia, venire insieme, e dal relativo verbo sequor) nel senso che molto ed altro appartiene ad una sfera che va al di là di questo aspetto di conseguenza scientificamente e logicamente stabilita. Nominare è un atto divino, che porta con sé quindi anche una grande responsabilità: mi viene in mente la Genesi, in cui la prima azione di Dio è dire "vi sia la luce" (Genesi 1, 3). Ma la lingua universale di quei tempi dopo Babilonia si è frantumata, perché oggi le stesse cose le chiamiamo in modo diverso a seconda della parte del mondo in cui viviamo; e mi riferisco non solo al suono della voce o alle lettere di una parola nelle varie lingue, ma alla connotazione positiva o negativa. I racconti parlano anche di questo: la negatività o la positività di una persona non dipendono dal suo nome, ma da ciò che essa fa, che determina poi ciò che è; e in questo senso si devono leggere anche le due citazioni poste ne Il Maratoneta e in Cammino sull'acqua. Nostro limite e colpa è idealizzare e mitizzare cose e persone, chiamandole con il nome che vogliamo dare loro, non con quello che realmente hanno: autodifesa ed egoismo, certo. Ma il discorso sarebbe troppo lungo e complesso, e qui fuori luogo, per quanto interessante. Nei due racconti l'idea di base è nata anche dall'essere solo un nome, quando sono entrato a far parte del gruppo degli AUTeditORI: persone che si conoscevano già da molto per le quali io sono stato per un periodo un nome e una e-mail, visto che ci siamo visti di persona forse solo un mese dopo la mia effettiva comparsa nel gruppo. Ho pensato che avrei potuto dir loro un nome o un altro, sarebbe stato lo stesso: quella era comunque la mia identità a cui fare riferimento. Mentre adesso come adesso, pur conoscendomi con il mio nome vero - ma potrei aver mentito, e chiamarmi Paul - spero associno al mio nome anche qualcos'altro. Per cui potrei essere Gianni o Hulrich o Franco ma mi riconoscerebbero lo stesso per quello che sono, non per come mi chiamano. Va bene, è un poco difficile, spero sia chiaro lo stesso. Del resto questo del nome è un tema che ritorna un poco in tutta la raccolta, soprannomi, nomi confusi, nomi veri e falsi, nomi che hanno un significato, cambiamento del nome…
Ne Il battesimo poi in sottofondo c'è anche la storia del re Davide e Betsabea, con la cover di Hallelujah (Leonard Coehen) eseguita da Jeff Buckley che mi ha salvato la vita un paio di volte… grazie Jeff.
In Chiamami l'ispirazione arriva anche da un grandissimo autore della letteratura italiana, Italo Calvino, maestro inarrivabile, e dai suoi Raccontini Giovanili editi solamente, a quel che so, nel volume III de I Meridiani - Mondadori.
CAMMINO SULL'ACQUA
Molte persone confondono l'autore con i personaggi e molto spesso credono che il protagonista di un racconto sia l'immagine speculare di chi l'ha creato. Alcune volte hanno ragione, almeno parzialmente. Io non sono mai andato ad una festa di compleanno di una mia ex, ma conosco la "situazione festa" e la "situazione tradimento", e quindi le ho unite. Ho sommato l'idea del nome, che qui pare confondersi (ancora il tema del nome, sì), e l'idea della perdita, del rimpianto per vecchie situazioni che il protagonista ha vissuto e dalle quali non sa liberarsi completamente. Il racconto ha una struttura circolare perché si chiude e si apre con la stessa frase ripetuta, ed in effetti si intitolava Cerchio, che per leggera assonanza doveva suggerire la ricerca del protagonista, sia della sua ragazza sia di una vera dimensione affettiva definitiva. Nel titolo Cammino sull'acqua ho cercato di mantenere un'ambivalenza semantica, intendendo la parola come sostantivo o come verbo, e dando una valenza metaforica che sottintende la presenza di una grande fiducia per poter proseguire - l'immagine famosa di Pietro che segue l'indicazione del Signore di camminare sulle acque - come base per un rapporto amoroso. Però la vera ispirazione arriva da una canzone degli U2, Walk to the water, il sottofondo ideale per la lettura, che viene ripresa in alcune frasi che il protagonista rivolge al nuovo ragazzo della sua ex e a se stesso all'interno della camera di lei: la traduzione sarebbe "un cammino verso l'acqua, cammina verso l'acqua" ma il camminarci sopra mi sembrava più allettante e potente, come immagine, e meno probabile. Ritornano così anche i temi dell'improbabilità e dell'identità, a chiudere la raccolta, altro cerchio: cerchi concentrici a guardar bene, creati da un sasso gettato nell'acqua della scrittura. Venezia - la città che sorge sull'acqua - in effetti è l'unica in cui si può letteralmente anche camminare sopra all'elemento liquido, per il fenomeno della marea sostenuta che la coinvolge - stravolge nei mesi autunnali: un richiamo, ma non così evidente, e un omaggio, allo stesso tempo.
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L'incipit...
IL MARATONETA
Ermenegildo Solfarini, in arte Turbo, correva a più non posso lungo la via che si restringeva fino a creare un angolo retto, una curva a gomito che dinoccolato e sciolto si apprestava a raggiungere con una velocità media che sfiorava i 25 km orari. Correva con il suo numero sulla maglia, orgoglioso di quella fuga inaspettata che aveva colto di sorpresa tutti i suoi attuali inseguitori, i quali lo pedinavano ansimanti e barcollanti, qualcuno pure bestemmiante e grondante sudore. Era uno spettacolo vederlo respirare a pieni polmoni, mentre posava il piede con forza e delicatezza insieme, in un’andatura convulsa ma spontanea, come se non avesse aspettato altro da anni: una preparazione fisica e psicologica che stava dando i suoi frutti, ora. Correva Ermenegildo, longilineo, spasmodico, e nella sua testa altro non c’era se non la fuga, anche se a volte interrompeva questo filmato immaginario con un’altra idea di lui che correva dietro ad una lei imprecisata ma dai capelli scuri, la quale creava nuovi stimoli e nuove energie per un aumento della velocità, costante. Grandi prati verdi pieni di fiori e farfalle: un’idea stereotipata per quanto sua, discutibile, che funzionava però lungo quella strada dritta, lo faceva accelerare, in un ritmo esagitato e pazzo, senza incertezze, con molte sfumature non apprezzabili da un occhio non esercitato ad un’analisi dettagliata, clinica.
La folla al suo passaggio gridava, qualcuno gli correva appresso per un po’ cercando di raggiungerlo e, sconfitto, piano piano diminuiva l’andatura allungando le braccia in un ultimo disperato tentativo, quasi volesse abbracciarlo o dargli un sostegno: Ermenegildo non si distraeva, continuava la sua corsa regolare, anche se ora si sentiva le braccia legate, la stanchezza affiorante.
Uno degli inseguitori lo stava per raggiungere, ansimante, un ultimo sforzo e lo avrebbe acciuffato: ma all’improvviso cadde, rotolando rovinosamente verso un’inferriata arrugginita e perciò semimobile, causandosi una ferita lacero-contusa al sopracciglio sinistro e un doloroso spasma intestinale.
Ermenegildo prese il fatto come un segnale del destino per il buon esito della sua fuga contro il tempo e gli avversari, ricominciò a sgambettare allegramente, il vento contrario non impediva la sua azione rapida e continua. La folla sempre più ululante sembrava stringersi attorno, ma era un ostacolo illusorio che Ermenegildo evitava correndo più forte, non badando neppure a tutte le grida all’interno della sua testa, un ronzio sommesso e per nulla fastidioso, un incitamento di cui avrebbe fatto anche a meno.
Sudava Ermenegildo, le gocce salate gli riempivano la faccia, gli rigavano la bocca, ma il vero problema erano le gambe che via via diventavano sempre più pesanti, lignee, incontrollabili, impazzite; con ultimo sforzo raccolse tutte le energie per raggiungere il traguardo ormai vicino. E si fermò. Sì, si fermò, doveva pure ragionare un attimo, doveva pure capire come fare a scavalcare quel cancello che era l’ultimo ostacolo verso la libertà; tentò di divincolarsi dalla camicia di forza che gli legava le braccia, ma non ci riuscì. E in un attimo gli inseguitori gli furono addosso, due infermieri inservienti del manicomio comunale e due guardie giurate, una abilitata anche per il pronto soccorso.
La folla applaudì, qualcuno scontento che teneva per Ermenegildo sbuffò: ma erano compagni di stanza, rapidamente il grumo si diradò, la strada e il viale tornarono vuoti, liberi.
«Ermenegildo dove hai imparato a correre così, da anni in cella e poi ’sto scatto, quasi quasi ci scappavi, eh?!»
Ma non si udì risposta.
«Numero 127881, dico a te!»
«Ermenegildo, rispondi!»
«Turbo, prego, chiamatemi Turbo».
E ricominciò a correre, fluttuante, vispo, praticamente pazzo.
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