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Mirko Visentin

VOYEUR IN BARCELLONA

[racconto]

» dello stesso autore: Decide your life, Auteditori, 2006

Quarta di copertina

"D'un botto son spariti tutti ed è rimasta solo lei. Io... io c'ero, ero lì che la guardavo, come le cose lì intorno, ma lei non poteva vedermi. Perché è proprio il mio destino, c'è poco da fare: mirar sin ser mirado - guardare senza essere visto. (E ya está.)"

Uno stagista italiano a Barcellona. Una bici avuta in prestito. Una relazione finita senza un motivo apparente. Troppe belle ragazze su cui rifarsi, senza però la forza di poterlo fare. Unica consolazione: guardare.

Nota biografica

MIRKO VISENTIN è nato a Treviso nel 1976. Laureato in Lettere a Venezia, è titolare di un’agenzia di servizi per l’editoria e presidente dell’associazione culturale diapason&naima, impegnata nella promozione di musicisti esordienti. Per la casa editrice Helvetia (Spinea – VE) ha pubblicato “Decide your life” – vincitore nel 2002 della sezione “Il lavoro a Nordest” del Premio Luigi Spagnol – che assieme a “Voyeur in Barcellona” e ad altri suoi racconti è in fase di pubblicazione in Spagna. Alcune sue poesie in dialetto sono uscite nell’antologia 9 poeti esordienti – Campionature di voci locali (edizioni dn, 2003).

Nota dell'autore

Questo racconto è stato iniziato nell'estate del 2003, mentre vivevo a Barcellona come stagista in una casa editrice (come il portagonista del racconto, fatalità...). Stavo passando un periodo di conflittualità con la città. Erano specialmente il caldo e la folla di turisti a tormentarmi - e forse l'avvicinarsi della fine del mio soggiorno lì. Decisi quindi di scaricare la rabbia che avevo dentro scrivendo un racconto che partisse dalle cose che avevo realmente vissuto giorno dopo giorno: cose tremendamente normali, che esulavano completamente dalla Barcellona turistica fatta di divertimento, tapas, Gaudì etc.

L'idea di fondo era più o meno questa: soffocato da una città invasa dal turismo mordi e fuggi, il protagonista trova rifugio tra le braccia di una ragazza mussulmana, che rappresenta la controparte - positiva - del caos cosmopolita che caratterizza la metropoli, e di cui egli stesso è partecipe.

Ad ogni modo, in quel periodo riuscìi a buttar giù più o meno la metà di quanto alla fine ho scritto. Una volta tornato in Italia abbandonai però l'idea di portare a termine il progetto perché al sentimento di conflittualità era subentrata la nostalgia per i posti, i gesti, le situazionie, la gente etc.

A distanza di un anno esatto dalla prima versione, è stata proprio la voglia di ritornare su tutta l'esperienza - ma con il dovuto distacco - che mi ha fatto riprendere in mano il testo e terminarlo, aiutato in ciò da tutto il gruppo degli AUTeditORI e da altri amici, che mi hanno consigliato e indirizzato verso la stesura definitiva (ne esistono infatti altre due, e parecchio diverse da quella pubblicata).

Nel frattempo il senso stesso del racconto è cambiato, puntando l'attenzione su un conflitto non più esterno (con la città) ma interno (con l'approccio voyeristico del protagonista alla realtà).

Vorrei poi aggiungere una cosa, sulla scia di quanto scrive Roberto nella sua Nota d'autore, ovvero: la colonna sonora del racconto.

Piccola premessa: mentre cominciavamo a sviluppare il progetto AUTeditORI abbiamo inciso un CD (non in distribuzione, per ovvi problemi di diritti d'autore) dove alcuni di noi hanno letto dei testi propri con una base musicale che non fosse semplice sottofondo. Per quanto mi riguarda, avevo nel cassetto tre racconti scritti per musica, in quanto nati da una fusione per me naturale tra le due forme d'arte.

Ebbene, così come per questi racconti, anche Voyeur in Barcellona (il cui titolo, non l'ho ancora detto, dovrebbe simulare uno dei più famosi di García Lorca, "Poeta en Nueva York", che non sono ancora riuscito a leggere ma che quando ce la farò di sicuro mi folgorerà come le altre cose sue che ho letto mentre ero in Spagna, e di cui Voyeur in Barcellona porta evidente traccia) - dicevo: anche Voyeur in Barcellona ha una colonna sonora ben precisa: So what, di Miles Davis, nella versione mitica dell'album Kind of Blue. Un jazz modernissimo (per l'epoca...), che nella ripetitività essenziale della sua struttura modale rende alla perfezione l'ossessione che spinge il protagonista del racconto a scrivere (il titolo originale del racconto doveva essere Appunti di un logorroico voyeur, di chiara ascendenza Bukowskiana).

C'è anche da dire che Kind of Blue (assieme a Somethin' else di Cannonball Adderley, la cui versione di Autumn leaves è la colonna sonora di un altro mio racconto) era l'unico CD di cui disponevo lì a Barcellona, e che So what è la prima traccia dell'album... Ma più che altro c'è da dire che è il brano più contemporaneisticamente narrativo che Miles abbia scritto e suonato!

 

L'incipit...
Carrer de Rocafort, 7.30 de la mañana del 4 luglio 2003. Dall’ufficio.

Oggi mi scade l’abbonamento trimestrale. Anzi, a dire il vero mi è scaduto un mese fa, ma ha continuato ad andarmi per uno dos tres cuatro cinco seis días e così ho capito che quel giorno, quando me lo sono fatto rifare perché si era rovinato portandolo in tasca dei jeans, il tizio della biglietteria ha sbagliato a mettermi la data di scadenza. E visto che però sul retro della tessera c’era scritto il.limitat fins el 04/JUN/03, cos’ho fatto? ho cancellato con un po’ di saliva la N di JUN, in modo che se mi fermava il controllore pensava che c’era scritto JUL, e non mi faceva storie. Ma in fin dei conti che cazzo me ne frega adesso? Non ho più voglia di seppellirmi vivo, andata e ritorno, tutti i giorni – casa>ufficio>casa. Da lunedì cambio vita. Da lunedì vado in bicicletta.

Già lo avevo provato l’anno scorso, quando io e la mia ex eravamo venuti a trovare mia cugina che era qui in Erasmus, e una domenica mattina che eravamo in giro con suo moroso che qui faceva il fotografo di professione e quel giorno doveva partecipare ad un concorso tipo “fai un po’ di foto in giro per la città che se ci piacciono ti premiamo con una macchina fotografica digitale”, io mi offro volontario per portargli a casa di mia cugina la bici, che a lui rompeva perché doveva fare le fotografie, no?! E in realtà mi ero offerto perché quella mattina non ero riuscito ad andare in bagno e in quel momento mi scappava proprio da cagare e quello era il modo più veloce per arrivare a casa. Be’ insomma: scendere via Layetana verso il mare – che è tutta dritta e in leggera discesa – è stato il massimo della vacanza.

È pure per questo che quando ho deciso di partecipare al Leonardo per fare uno stage all’estero ho scelto Barcellona, anche se l’hanno sconsigliata tutti, perché mia morosa mi ha lasciato proprio subito dopo le due settimane qui, da mia cugina. A un certo punto, durante quei quindici giorni, si era incupita, e un po’ alla volta era quasi arrivata ad evitarmi. Tornati a Venezia mi aveva detto qualcosa tipo: Così non può continuare, non è più come una volta, mi sento sempre più a disagio con te... Io avevo cercato di farmi dare delle spiegazioni, perché cazzo!, non si molla uno così senza motivo: C’è forse un altro? No, non c’è nessun altro... comunque tu lo sai il perché. E non aveva detto più nulla. ...